Non puoi leggerlo? Ascoltalo!
Nel mondo dello sport d’élite, l’infortunio è spesso considerato un punto di rottura. Eppure, la storia recente offre esempi che sembrano andare in direzione opposta. Sofia Goggia, dopo ripetuti infortuni al ginocchio, è diventata una delle dominatrici della discesa libera, conquistando anche un oro olimpico. Lindsey Vonn, nonostante una carriera segnata da numerosi stop, è riuscita a tornare a vincere ai massimi livelli, prolungando la propria longevità sportiva. Michela Moioli, dopo la rottura del crociato, ha raggiunto il vertice mondiale nello snowboard cross, fino all’oro olimpico.

Goggia e Vonn sul podio olimpico nel 2018
Anche al di fuori degli sport invernali emergono casi emblematici: Ronaldo, dopo uno degli infortuni più gravi mai visti nel calcio moderno, è tornato a vincere un Mondiale da protagonista assoluto; Maria Sharapova, dopo un serio problema alla spalla che ne ha messo in discussione la carriera, è riuscita a reinventare il proprio gioco e tornare a vincere uno Slam.
Questi casi pongono una domanda affascinante: è possibile che, in alcune condizioni, un infortunio non rappresenti solo un limite, ma anche un’opportunità di evoluzione?
Proviamo ad analizzare tale paradosso attraverso l’interpretazione delle evidenze scientifiche, degli adattamenti neuromuscolari e della resilienza nello sport d’élite.
L’infortunio può migliorare la performance?
L’idea che un infortunio possa rappresentare un’opportunità di miglioramento della performance è, a prima vista, controintuitiva. La letteratura scientifica è infatti chiara: nella maggior parte dei casi, il ritorno allo sport (RTS) non coincide con il ritorno alla performance (RTP). Dati consolidati tratti da Arden et al. (1) indicano che:
circa l’80–90% degli atleti torna allo sport dopo ricostruzione del LCA
solo il 55% ritorna al livello competitivo precedente
Il lavoro di Wiggins et al. (2), ha invece indagato il rischio di recidiva (per infortuni relativi al legamento crociato anteriore), nei giovai atleti evidenziando che il tasso complessivo di un secondo infortunio al LCA (nuova rottura del legamento ricostruito o rottura del crociato dell’altra gamba) è di circa il 15%. Per gli atleti di età inferiore ai 25 anni che tornano a fare sport il tasso di re-infortunio sale drasticamente al 23%.
Il miglioramento post-infortunio è quindi un’eccezione, non la regola.
Il paradosso adattativo: quando l’infortunio diventa un “reset”
Dal punto di vista fisiologico e motorio, l’infortunio introduce una condizione unica nella quale si interrompe il modello di allenamento precedente e si impone un nuovo sistema di allenamento. Riposo forzato, interruzione competizioni e focus su nuovi obiettivi di allenamento.
Un aspetto spesso sottovalutato riguarda la natura stessa della riabilitazione nello sport d’élite. La riabilitazione di un atleta, infatti, è profondamente diversa da quella della popolazione generale. Non è finalizzata esclusivamente al recupero della struttura lesa, ma rappresenta un processo molto più ampio e integrato. La temporanea sospensione dell’attività competitiva crea una condizione rara: tempo disponibile per allenare ciò che normalmente viene trascurato. In questo periodo è possibile lavorare in modo sistematico sulla forza e sulla mobilità dei distretti non coinvolti, su aspetti coordinativi e psicologici. Tutti elementi che, durante la stagione agonistica, vengono spesso sacrificati a favore del gesto specifico e della performance immediata.
E’ presumibile che i miglioramenti prestativi post-infortunio derivino da una maggiore attenzione ad su aspetti come:
Allenamento neuromuscolare:
L’infortunio provoca una reale riorganizzazione neuromuscolare; i deficit di forza non derivano solo dall’atrofia muscolare, ma sono causati sia da meccanismi di inibizione artrogenica sia da riorganizzazioni neurali (3). Inoltre, è stato dimostrato che la ricostruzione del legamento crociato anteriore (LCA) induce significativi cambiamenti neuroplastici, spostando il controllo motorio dalla propriocezione subconscia a una forte dipendenza dal feedback visivo (4). Questa riorganizzazione corticale comporta un aumento dell’attività della corteccia visiva e una riduzione del coinvolgimento cerebellare, sottolineando l’importanza di strategie di riabilitazione neurocognitiva per prevenire il rischio di nuove lesioni.
Da un punto di vista pratico le esercitazioni muscolari diventano coscienti ed eseguite con controllo e consapevolezza, il feedback propriocettivo è continuamente stimolato al fine di migliorare la coordinazione intra ed intermuscolare.
Controllo Motorio:
Aumentare la consapevolezza permette all’atleta di ottenere un controllo più preciso del movimento. Migliorare equilibrio e stabilità attraverso esercizi mirati, sia analitici che globali, rappresenta una strategia efficace di prevenzione. L’obiettivo è ridurre o eliminare compensazioni, identificare i pattern di movimento e individuare i deficit biomeccanici responsabili della lesione (5).
Sviluppo della Forza Muscolare:
Il recupero del trofismo muscolare e lo sviluppo della forza sono fondamentali per tornare a prestazioni ottimali. La forza deve essere allenata in tutte le sue forme, con particolare attenzione alla componente eccentrica (6), per migliorare la capacità di assorbire carichi elevati durante l’attività sportiva, come salti, cambi di direzione, atterraggi e sprint.
Lavoro tecnico:
Dopo un grave infortunio, potrebbe essere necessario un vero e proprio “reset” nell’esecuzione tecnica del gesto sportivo. Questa fase rappresenta un’opportunità preziosa per dedicarsi al lavoro tecnico, correggendo schemi motori errati, strutturando una esecuzione tecnica più consapevole ed una nuova automazione del gesto.
Quelli descritti sono tutti elementi che, durante la stagione agonistica, vengono spesso sacrificati a favore del gesto specifico e della performance immediata.

Lindsey Vonn alle prese con una fase di riatletizzazione
Resilienza e adattamento psicologico: il vero fattore discriminante
Se gli adattamenti neuromuscolari spiegano come un atleta possa migliorare dopo un infortunio, la dimensione psicologica spiega perché solo alcuni ci riescono. Negli ultimi anni, la letteratura ha evidenziato come il recupero da infortunio non sia esclusivamente un processo fisico, ma un percorso complesso che coinvolge aspetti cognitivi, emotivi e motivazionali.
Quando si parla di infortunio, l’attenzione si concentra spesso esclusivamente sul danno fisico. Tuttavia, il recupero di un atleta è un processo molto più complesso. Il modello biopsicosociale, sviluppato da Wiese-Bjornstal DM, evidenzia come la risposta all’infortunio dipenda dall’interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali (Wiese-Bjornstal et al., 1998).
In questa prospettiva, non è solo la gravità della lesione a determinare i tempi e la qualità del recupero, ma anche elementi come:
- la percezione dell’infortunio
- le strategie di coping adottate (Focus su problema, emozioni o evitamento)
- il supporto sociale e ambientale
Questo significa che due atleti con lo stesso infortunio possono avere percorsi di recupero completamente diversi, proprio in funzione di come interpretano e gestiscono l’esperienza.
In alcuni casi, l’infortunio non porta solo a un ritorno allo stato precedente, ma a un vero e proprio miglioramento. Questo fenomeno è descritto dal concetto di Post-Traumatic Growth (PTG), secondo cui eventi traumatici possono generare cambiamenti positivi a livello psicologico (Gilbourne et al., 2015).
Nel contesto sportivo, questa crescita può manifestarsi attraverso:
- maggiore consapevolezza corporea
- miglior gestione dello stress
- aumento della motivazione e della disciplina
- rafforzamento della resilienza
L’atleta non si limita a recuperare, ma sviluppa nuove competenze che possono tradursi in una performance più efficiente.
Un ulteriore passo avanti nella comprensione di questo processo è rappresentato dalla Grounded Theory of Sport Injury-Related Growth, che descrive in modo più dettagliato come avviene questa trasformazione.
Secondo questo modello, la crescita non è automatica, ma deriva da un processo attivo che include:
- confronto con l’infortunio e le difficoltà emotive
- riflessione sull’esperienza
- rielaborazione cognitiva
- sviluppo di nuove strategie comportamentali
Attraverso questo percorso, l’atleta costruisce nuove risorse mentali e modifica il proprio approccio all’allenamento e alla competizione.
Riassumendo
Non esiste evidenza che l’infortunio migliori la performance. Ma si osserva una evidenza empirica e teorica, che il processo riabilitativo possa trasformarsi in un’opportunità di sviluppo.
In questo senso, l’infortunio può diventare un punto di svolta: non solo un evento da superare, ma un’esperienza da cui apprendere. Non cambia solo il corpo ma cambia il modo di pensare, di allenarsi e di performare. Non è dunque l’infortunio in sé a migliorare la performance ma il processo di riorganizzazione che ne deriva.
Al rientro, l’atleta non riprende semplicemente il modello precedente, ma tende a mantenere parte delle strategie sviluppate durante la riabilitazione come step di crescita e miglioramento.
Condividi su
Riferimenti Bibliografici
(1) Ardern et al. (2014) – “Fifty-five per cent return to competitive sport following anterior cruciate ligament reconstruction surgery: an updated systematic review and meta-analysis including aspects of physical functioning and contextual factors” – Br J Sports Med . 2014 Nov;48(21):1543-52. doi: 10.1136/bjsports-2013-093398. Epub 2014 Aug 25.
(2) Wiggins et al. (2016) – “Risk of Secondary Injury in Younger Athletes After Anterior Cruciate Ligament Reconstruction”– Am J Sports Med. 2016 Jul;44(7):1861-76. doi: 10.1177/0363546515621554. Epub 2016 Jan 15.
(3) Lepley AS et al. (2019) – “Quadriceps muscle function following anterior cruciate ligament reconstruction: systemic differences in neural and morphological characteristics”
(4) Grooms DR et al. (2017) – “Neuroplasticity Associated With Anterior Cruciate Ligament Reconstruction” – J Orthop Sports Phys Ther. 2017 Mar;47(3):180-189. doi: 10.2519/jospt.2017.7003. Epub 2016 Nov 5.
(5) Hewett et al. 2005 – “Biomechanical Deficit Profiles Associated with ACL Injury Risk in Female Athletes” – Med Sci Sports Exerc. 2016 Jan;48(1):107–113.
(6) Lepley LK et al. (2015) – “Combination of eccentric exercise and neuromuscular electrical stimulation to improve quadriceps function post-ACL reconstruction” – 2015 Jun;22(3):270-7. doi: 10.1016/j.knee.2014.11.013. Epub 2014 Dec 10.
Comments are closed