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Dalla previsione di Joyner al record di Sebastian Sawe alla Maratona di Londra 2026
Per oltre trent’anni, il muro delle due ore nella maratona è stato qualcosa di più di un semplice numero. Era una soglia simbolica, un confine invisibile che separava ciò che era stato fatto da ciò che sembrava ancora irraggiungibile. Non perché mancassero atleti straordinari, ma perché quel limite sembrava richiedere una combinazione perfetta di fattori fisiologici, biomeccanici e strategici.
Nel 1991, il fisiologo Michael J. Joyner pubblicò uno studio destinato a diventare una pietra miliare nella comprensione della performance di endurance. Il suo obiettivo era ambizioso: provare a modellizzare la prestazione ottimale in una maratona partendo esclusivamente da variabili fisiologiche. Il risultato fu sorprendente. Secondo i suoi calcoli, un atleta con caratteristiche ideali avrebbe potuto correre la distanza in 1:57:58. (1)

Per anni, quella previsione è rimasta confinata nel mondo della teoria. Poi, alla recente Maratona di Londra 2026 qualcosa è cambiato. Due atleti sono riusciti a correre sotto le due ore in una competizione ufficiale. Non si è trattato solo di un record. È stato il momento in cui un modello teorico ha incontrato la realtà.
Il Modello Joyner (1991)
Per capire davvero il significato di questo risultato, è necessario tornare al cuore del modello di Joyner. La sua intuizione fu quella di ridurre la complessità della performance di una maratona a tre elementi fondamentali. Il primo è il VO₂max, cioè la massima capacità dell’organismo di utilizzare l’ossigeno. Il secondo è la frazione (%) di questo valore che un atleta è in grado di sostenere per tutta la durata della gara. Il terzo è l’economia di corsa, ovvero quanto “costa” energeticamente mantenere una determinata velocità.
A prima vista può sembrare una semplificazione eccessiva. In realtà, è proprio questa semplicità a renderlo un modello estremamente potente. Perché ci dice una cosa fondamentale: la performance non dipende da un singolo fattore, ma dall’equilibrio tra più componenti.
Se partiamo dal VO₂max, ci accorgiamo subito che non è qui che si gioca la partita moderna. I valori degli atleti di élite sono straordinari, ma non radicalmente diversi da quelli già osservati negli anni ’80 e ’90. In altre parole, il “motore” non è cambiato in modo significativo. Questo significa che il progresso non può essere spiegato semplicemente con un miglioramento della capacità aerobica massima.

Il secondo elemento, la frazione di VO₂max sostenibile, è invece molto più interessante. Correre una maratona non significa raggiungere il massimo, ma saper restare vicino a quel punto il più a lungo possibile. Negli anni in cui Joyner scriveva, si stimava che un atleta potesse sostenere circa l’80–85% del proprio VO₂max. Oggi, gli atleti di vertice riescono a mantenere percentuali ancora più elevate, spesso vicine al 90%. Questo è il risultato di diversi fattori: una migliore gestione del lattato, strategie nutrizionali sempre più raffinate e un controllo del ritmo estremamente preciso.
La strategia nutrizionale è stato un elemento cruciale che ha contribuito a questo record. Sawe ha consumato una media di 115 grammi di carboidrati all’ora. Per dare un’idea, la maggior parte dei maratoneti punta a 60-90g/ora. Non si tratta solo di cosa e come ha assunto i nutrienti durante la gara, ma anche di come, nei mesi precedenti, ha “allenato il suo intestino” ad assorbire in modo più efficiente una quantità di carboidrati superiore rispetto a quella normalmente tollerata durante la competizione. (2)
Ma è il terzo elemento, l’economia di corsa (3), quello che probabilmente ha subito la trasformazione più evidente. Negli ultimi anni, la tecnologia ha introdotto cambiamenti che hanno ridefinito il modo in cui interpretiamo questo parametro. Le scarpe con piastra in carbonio e materiali ad alta restituzione elastica hanno ridotto il costo energetico della corsa, permettendo agli atleti di correre più velocemente a parità di consumo di ossigeno (4). In questo senso, l’economia non è più soltanto una caratteristica fisiologica, ma diventa il risultato dell’interazione tra corpo e tecnologia.
Una maggiore efficienza di corsa e un’alimentazione ottimizzata migliorano significativamente l’allenamento, favorendo un recupero più rapido tra le sessioni e permettendo di aumentare volumi e intensità in modo più efficace; di conseguenza migliora anche la performance in gara.
Come si è arrivati dunque al record di Sawe e di Kejelcha
Se osserviamo i risultati della maratona di Londra 2026 in cui ben 2 Atleti sono scesi sotto il muro delle 2 ore (il secondo era la suo debutto in una maratona), ciò che emerge è chiaro. Non siamo di fronte a un improvviso salto evolutivo dell’essere umano. Non c’è stato un cambiamento radicale nella fisiologia di base. Piuttosto, abbiamo assistito a una progressiva ottimizzazione di tutti i fattori già individuati da Joyner, portati contemporaneamente vicino al loro limite.
Un VO₂max elevato è fondamentale, ma ciò che ha davvero fatto la differenza è stata la capacità di sostenere a lungo una elevata frazione di utilizzo, unita a una migliore economia di corsa. Entrambi questi fattori sono stati supportati da scarpe più performanti e da una strategia nutrizionale ottimizzata e superiore. Basta pensare che Sawe ha corso la seconda metà di gara più veloce della prima, con uno sprint finale decisivo.
| Distanza | Tempo Totale | Parziale (5km) | Ritmo (min/km) |
|---|---|---|---|
| 5K | 14:14 | 14:14 | 2:51 |
| 10K | 28:35 | 14:21 | 2:52 |
| 15K | 43:10 | 14:35 | 2:55 |
| 20K | 57:21 | 14:11 | 2:50 |
| Mezza (21.1K) | 1:00:29 | – | 2:52 |
| 25K | 1:11:41 | 14:20 | 2:52 |
| 30K | 1:26:03 | 14:22 | 2:52 |
| 35K | 1:39:57 | 13:54 | 2:47 |
| 40K | 1:53:39 | 13:42 | 2:44 |
| Finish (42.2K) | 1:59:30 | 5:51 (2.2km) | 2:39 |
Il negative split di Sawe:
- Ritmo Medio: 2:50 min/km (circa 21,18 km/h).
- Primo Metà (21,097 km): 1:00:29.
- Seconda Metà (21,097 km): 59:01.
- Velocità Finale: Negli ultimi 2,2 km ha accelerato ulteriormente, correndo a un ritmo di circa 2:40 min/km.
In questo senso, il superamento del muro delle due ore non rappresenta la rottura di un limite, ma la sua piena realizzazione. Joyner, più di trent’anni fa, aveva già descritto la struttura della performance. Quello che è cambiato è la nostra capacità di sfruttarla fino in fondo.
Ed è proprio qui che si apre una nuova domanda, forse ancora più interessante. Se il modello è stato confermato, e se abbiamo imparato a ottimizzarne tutte le componenti, dove si trova oggi il vero limite? È ancora nella fisiologia umana, oppure si sta spostando sempre di più verso la tecnologia, l’ambiente e la gestione dei dettagli?
Riferimenti bibliografici:
(1): Joyner, M.J. (1991). Modeling: optimal marathon performance on the basis of physiological factors. Journal of Applied Physiology, 70(2), 683–687.
(2): How Sabastian Sawe Fueled His Sub-Two-Hour Marathon London
(3): Saunders, P.U. et al. (2004). Factors affecting running economy in trained distance runners. Sports Medicine.
(4): Hoogkamer, W. et al. (2018). A comparison of the energetic cost of running in marathon racing shoes. Sports Medicine.
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